di Oliviero Casate, Segretario di AICQ Emilia Romagna e Marche
La riflessione sui beni comuni nasce e si sviluppa in un mondo nel quale le condizioni di fondo della vita sociale, economica e istituzionale sono assunte come relativamente stabili. In questo contesto, il problema centrale è la distribuzione e la governance dei beni. Chi può accedere, a quali condizioni, con quali diritti e attraverso quali regole collettive. La distinzione tra beni pubblici, beni comuni e beni comuni globali consente di articolare risposte diverse a seconda della scala, degli attori coinvolti e delle modalità di tutela.
Questa impostazione, ben rappresentata dalla tassonomia UNESCO, è corretta, utile e necessaria. Essa fotografa un mondo nel quale il nodo fondamentale è organizzare l’uso e la protezione dei beni, evitando esclusioni indebite, appropriazioni private o fallimenti della governance. Anche quando l’orizzonte si amplia fino ai beni comuni globali, il problema resta quello di costruire regimi di cooperazione efficaci in assenza di un’autorità sovrana globale. Il lessico rimane quello dei beni, dei diritti, delle istituzioni e delle regole.
Tuttavia, questo impianto presuppone implicitamente che il mondo entro cui tali beni esistono continui a funzionare. Presuppone che le condizioni materiali, ecologiche e sistemiche che rendono possibile parlare di beni restino sullo sfondo come dato stabile. È precisamente questo presupposto che oggi viene meno.

Il rapporto “Global Catastrophic Risks 2026” mostra che il problema preliminare non è più soltanto come distribuire e governare i beni, ma la perdita progressiva delle condizioni sistemiche che rendono possibile qualsiasi bene, pubblico, comune o globale. Quando tali condizioni si deteriorano, la questione dei beni non scompare, ma diventa secondaria rispetto a una domanda più radicale. Non chi ha accesso a cosa, ma se esiste ancora il contesto che rende sensato parlare di accesso, uso e governance.
È in questo passaggio che la riflessione sui beni comuni incontra il proprio limite concettuale. I beni comuni, per definizione, sono oggetti di uso, cura e gestione collettiva. Anche nella loro dimensione globale, essi restano beni, cioè entità rispetto alle quali ha senso discutere di distribuzione, tutela e responsabilità. Ma quando ciò che è in gioco sono le condizioni sistemiche del pianeta, non ci troviamo più di fronte a beni in senso proprio.
Da qui la necessità di spostare lo sguardo dai beni comuni ai planetary commons. Non come categoria aggiuntiva, né come semplice estensione dei beni comuni globali, ma come livello concettuale distinto. I planetary commons non sono beni da distribuire o risorse da gestire, ma sistemi regolativi che rendono possibile l’esistenza stessa di beni, istituzioni e diritti. Essi non sono oggetto di uso, ma condizioni di possibilità dell’uso. Non sono governabili come beni, perché pongono vincoli che precedono la decisione politica.
Il passaggio dai beni comuni ai planetary commons segna quindi uno slittamento profondo. Si passa da una logica centrata sulla giustizia distributiva a una logica centrata sulla stabilità sistemica. Si passa da problemi di governance a problemi di custodia. Si passa da un mondo in cui il conflitto riguarda l’allocazione dei beni a un mondo in cui è in gioco la continuità del contesto che rende i beni pensabili.
Questo non rende obsolete le categorie dei beni comuni, pubblici o globali. Al contrario, ne rivela la dipendenza da un livello più profondo. Senza planetary commons funzionali, non esistono beni da distribuire, né diritti da garantire, né governance da esercitare. La politica dei beni presuppone un mondo abitabile. Quando tale abitabilità diventa incerta, la questione primaria non è più come governare i beni, ma come preservare le condizioni che rendono possibile qualsiasi forma di bene.
Il passaggio dai beni comuni ai planetary commons non è un raffinamento teorico, ma una necessità storica. È il riconoscimento che la riflessione sulla giustizia, sulla governance e sui diritti deve oggi poggiare su una base più radicale. Prima dei beni, viene il mondo che li rende possibili.

In questo orizzonte si colloca anche la sollecitazione costante che Papa Francesco ha rivolto, lungo tutto il suo magistero, alla cura della Terra come dimensione inseparabile del bene comune. Non si tratta di un richiamo accessorio o tematico, ma di un vero spostamento di prospettiva. Quando Francesco parla di casa comune, quando intreccia ambiente, giustizia sociale, destino degli ultimi e responsabilità intergenerazionale, egli mette implicitamente in discussione l’idea che il problema centrale sia soltanto la distribuzione dei beni o la loro corretta governance. Il suo sguardo anticipa una soglia più profonda, nella quale ciò che è in gioco non è più soltanto chi accede a cosa e a quali condizioni, ma la tenuta stessa delle condizioni che rendono possibile parlare di beni, diritti e istituzioni. In questo senso, la sua insistenza sul legame tra degrado ambientale e degrado umano apre naturalmente alla necessità di ripensare il lessico dei beni comuni, spingendo la riflessione oltre la logica distributiva e verso una responsabilità di custodia dei sistemi che regolano la vita del pianeta. È qui che il richiamo al bene comune, così centrale nel suo vocabolario, smette di essere una categoria etico-sociale tradizionale e diventa una domanda radicale sulla possibilità stessa di un mondo abitabile, anticipando, di fatto, il passaggio concettuale dai beni comuni ai planetary commons.
Fonte: Global Catastrophic Risks 2026 https://globalchallenges.org/gcr-2026/
Autore
Oliviero Casale è General Manager di UniProfessioni e Innovation Manager certificato; consigliere della Fondazione Communia; coordinatore del World Industry 5.0 Forum by Confassociazioni; componente di ISO TC/279 (Innovation management); Cultore della Materia presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Bologna e Segretario di AICQ Emilia-Romagna e Marche.