Entrare nel 2026 custodendo il futuro, il bene comune più caro

Di Oliviero Casale

Entrare in un nuovo anno è sempre un gesto simbolico. Ma entrare nel 2026, oggi, non può essere un semplice passaggio di calendario. È un atto di responsabilità. È il momento in cui diventa evidente che il futuro non è più qualcosa che possiamo permetterci di considerare distante, né tantomeno garantito. Il futuro è già in gioco ed è, probabilmente, il bene comune più caro che abbiamo.

Negli ultimi vent’anni abbiamo prodotto una quantità enorme di analisi, scenari, visioni sul mondo al 2050. Documenti economici, rapporti istituzionali, studi sul lavoro, sull’industria, sull’energia, sulla conoscenza, sulle città. Tutti, con linguaggi diversi, hanno progressivamente messo in discussione un’idea che per molto tempo abbiamo dato per scontata. Che il futuro sarebbe arrivato comunque, come naturale prosecuzione del presente.

All’inizio degli anni Duemila il futuro veniva raccontato in modo lineare. Si parlava di crescita, di sviluppo, di progresso, di miglioramento delle condizioni di vita. I problemi esistevano, ma sembravano affrontabili con politiche più efficaci e una governance più attenta. Il futuro appariva come qualcosa che sarebbe arrivato, a patto di non sbagliare troppo.

Poi sono emerse le fratture. La competizione globale, lo spostamento degli equilibri economici, l’aumento delle disuguaglianze, la fragilità dei sistemi produttivi. Successivamente, con sempre maggiore chiarezza, sono arrivati i segnali più forti. La crisi climatica, la perdita di biodiversità, la trasformazione del lavoro, l’automazione, le tensioni geopolitiche, il ritorno della guerra come elemento strutturale dello scenario internazionale. A quel punto il futuro ha smesso di essere una semplice proiezione. È diventato una questione aperta, fatta di scelte, di rinunce, di responsabilità.

Gli scenari più recenti lo dicono in modo esplicito. Non esiste un solo futuro possibile. Esistono futuri diversi, che dipendono dalle decisioni che prendiamo oggi. Rimandare, non scegliere, cercare compromessi al ribasso non è neutralità. È una scelta implicita che spesso conduce agli esiti peggiori. Considerare il futuro come bene comune significa anche accettare che non tutto è compatibile con tutto e che ogni strada intrapresa esclude altre strade.

In questo contesto si è resa evidente anche un’altra fragilità, spesso sottovalutata. Le democrazie. Il futuro non può essere custodito senza istituzioni democratiche solide, partecipate e aperte, capaci di includere e di ascoltare. Senza democrazia il futuro tende a essere appropriato da pochi, imposto dall’alto, sacrificato sull’altare dell’urgenza o dell’efficienza apparente. La democrazia, con tutti i suoi limiti, resta invece lo spazio in cui il futuro può essere discusso, condiviso, corretto. È il luogo in cui il bene comune trova voce e legittimità.

È in questa direzione che risuona con particolare forza l’invito di Papa Francesco nella Laudato Si’, quando richiama tutti a un’assunzione di responsabilità condivisa, affermando la necessità di «rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta», perché la sfida ambientale e le sue radici umane «ci riguardano e ci toccano tutti». Non si tratta di un appello astratto, ma del riconoscimento che il futuro nasce dal confronto, dall’ascolto, dalla capacità di sentirsi parte di uno stesso destino.

Accanto alla democrazia emerge così un altro fondamento essenziale. La fratellanza e il rispetto dell’altro. Senza il riconoscimento reciproco tra le persone, senza la consapevolezza di appartenere a uno stesso cammino, il futuro si frammenta. La fratellanza non è un richiamo retorico, ma una condizione concreta di stabilità. Significa riconoscere nell’altro non un ostacolo o un concorrente, ma una parte della stessa comunità umana. Un futuro costruito contro qualcuno è, inevitabilmente, un futuro fragile.

Oggi sappiamo che il futuro non è il risultato automatico del progresso tecnologico, né dell’accumulazione economica. Sappiamo che la conoscenza, l’innovazione, l’industria, l’energia, il lavoro possono essere leve di sviluppo oppure fattori di esclusione, a seconda delle scelte che facciamo. Sappiamo che non esiste futuro senza pace, senza tutela dell’ambiente, senza giustizia sociale, senza comunità coese. E sappiamo anche che un futuro che lascia qualcuno indietro non è solo ingiusto, ma instabile.

Il futuro, infatti, non si costruisce solo evitando il danno. Si costruisce generando valore. Generatività significa questo. Creare le condizioni perché nuove possibilità possano emergere nel tempo. Investire nelle persone, nei territori, nelle relazioni, nella conoscenza condivisa. Pensare sistemi capaci di produrre benessere duraturo, non risultati effimeri. Un futuro generativo è un futuro che non consuma le proprie basi, ma le rafforza.

Curare il presente, allora, non vuol dire semplicemente ridurre i rischi. Vuol dire rendere il sistema sociale, economico e istituzionale capace di apprendere, di adattarsi, di trasformarsi. Qui entra in gioco la dimensione dell’antifragilità. Un futuro fragile si spezza di fronte agli shock. Un futuro resiliente cerca di resistere. Un futuro antifragile, invece, cresce proprio attraverso le difficoltà. Impara dalle crisi, rivede i propri modelli, trasforma le tensioni in occasioni di miglioramento.

In questa prospettiva, le parole di Matteo Maria Zuppi aiutano a comprendere il senso profondo della speranza come impegno concreto. Non una fuga dal presente, ma la capacità di costruire ciò che ancora non c’è, sapendo già oggi che quel lavoro, se condiviso e orientato al bene comune, potrà diventare una casa bella e abitabile per tutti.

Per questo parlare di futuro come bene comune non significa evocare una speranza vaga. Significa riconoscere che il futuro esiste solo se curiamo il presente. Ogni guerra che accettiamo come inevitabile consuma futuro. Ogni ecosistema degradato oltre i limiti di rigenerazione sottrae futuro. Ogni forma di sfruttamento che diventa normalità erode futuro. Ogni mancanza di rispetto verso l’altro indebolisce il futuro di tutti.

Un bene comune non appartiene a qualcuno in particolare. Appartiene a tutti e richiede la responsabilità di tutti. Il futuro rientra pienamente in questa categoria. Non può essere delegato solo ai mercati, né affidato esclusivamente alle istituzioni, né ridotto a una questione tecnica. Richiede visione, cooperazione, democrazia viva, rispetto reciproco, senso di fratellanza. Richiede la volontà di costruire un futuro inclusivo, in cui nessuno sia considerato ultimo, sacrificabile o irrilevante.

Entrare nel 2026, allora, non è solo un augurio. È una scelta di campo. La scelta di considerare il futuro non come un’eredità scontata, ma come un bene comune da custodire, rendere generativo e capace di rafforzarsi anche nelle difficoltà.

Perché il futuro non si eredita come un bene acquisito. Esiste solo se viene reso possibile, giorno dopo giorno, attraverso scelte responsabili, istituzioni democratiche, relazioni fondate sul rispetto dell’altro e sulla fratellanza, modelli di sviluppo inclusivi e capaci di apprendere. Custodire il futuro insieme, nella responsabilità condivisa, significa lavorare perché nessuno resti indietro, perché nessuno sia considerato ultimo o sacrificabile. È questa la sfida più grande e più necessaria del nostro tempo. Ed è con questa consapevolezza che possiamo davvero entrare nel 2026.

Oliviero Casale
Segretario AICQ Emilia Romagna e Marche