Finanza sostenibile e normazione tecnica internazionale

di Oliviero Casale e Paola Rinaldi

Dalla compliance informativa alla disciplina della transizione, il ruolo della serie ISO 32200

La finanza sostenibile, nella sua configurazione contemporanea, non è più descrivibile come un insieme di prodotti “green” collocati ai margini dell’offerta finanziaria. È un’evoluzione strutturale del modo in cui le istituzioni finanziarie definiscono orientamento strategico, traducono tale orientamento in scelte operative e rendono verificabili le dichiarazioni pubbliche mediante dati comparabili e processi tracciabili. Questa trasformazione si manifesta lungo tre assi che tendono a sovrapporsi. Integrazione dei fattori ambientali, sociali e di governance nelle decisioni di investimento e di credito. Gestione di rischi, opportunità e impatti, con crescente attenzione alla doppia materialità. Trasparenza come infrastruttura di mercato, perché senza disclosure comparabili e senza basi terminologiche solide, la sostenibilità resta esposta a frammentazione e greenwashing. “ISO/TR 32220:2021” riconosce che la pratica della finanza sostenibile evolve rapidamente e che occorre stabilizzare concetti e termini d’uso comune per facilitare la comunicazione tra attori su scala globale, chiarendo al contempo che l’ampia accettazione di un termine non equivale a un endorsement formale tramite il processo di consenso proprio degli International Standards con requisiti. [2]

Il contesto europeo 2025

Ambizione, disponibilità dei dati e semplificazione come variabile competitiva

Nel quadro europeo, l’architettura regolatoria della finanza sostenibile si è consolidata attraverso obblighi di disclosure e classificazioni che richiedono dati, procedure e responsabilità interne robuste. Il Regolamento (UE) 2019/2088 ha imposto un livello nuovo di trasparenza sui rischi di sostenibilità e sulle caratteristiche dei prodotti finanziari. [7] Il Regolamento (UE) 2020/852 ha istituito la tassonomia come framework per facilitare gli investimenti sostenibili, demandando a criteri tecnici e atti delegati la concreta operazionalizzazione del concetto di attività ecosostenibile e i modelli di rendicontazione e i KPI. [6] La stratificazione tra Regolamento Tassonomia e atti delegati su criteri e disclosure è ricostruita anche nella nota “Taxonomy_Note”, utile per comprendere evoluzione dei template e segmentazione per tipologia di soggetto. [8]

Il 2025 introduce però una variabile ulteriore che incide direttamente sull’implementazione e, di conseguenza, sulla domanda di standardizzazione tecnica. È la semplificazione come politica economica e come risposta alla complessità operativa del reporting. La proposta COM(2025) 80 final inserisce il tema in una cornice di competitività e resilienza, richiamando gli oneri di conformità associati a CSRD e CSDDD e l’obiettivo politico di ridurre gli obblighi informativi almeno del 25 per cento, con un’agenda che dichiara la necessità di andare oltre un approccio incrementale e di agire con maggiore audacia nella razionalizzazione delle regole. [9] Nella stessa proposta viene esplicitata la logica di contenimento delle ripercussioni a cascata lungo la catena del valore, ricordando che la CSRD richiede informazioni sulla catena del valore nella misura necessaria a comprendere impatti, rischi e opportunità, e che esiste già un limite che impedisce agli ESRS di imporre richieste alle PMI oltre un principio proporzionato, limite che la proposta intende estendere e rafforzare, applicandolo direttamente all’impresa che rendiconta e proteggendo tutte le imprese fino a 1.000 dipendenti, non soltanto le PMI. [9]

In tale quadro, COM(2025) 80 final presenta una traiettoria di ricalibrazione che tocca quattro snodi rilevanti per gli operatori finanziari e per la credibilità dell’ecosistema informativo. Primo snodo è la soglia. La proposta indica che una proposta legislativa distinta presentata parallelamente ridurrebbe di circa l’80 per cento il numero di imprese soggette a obblighi vincolanti di rendicontazione, escludendo grandi imprese con meno di 1.000 dipendenti e le PMI quotate, con obblighi concentrati sulle grandi imprese con più di 1.000 dipendenti e con ricavi delle vendite e delle prestazioni superiori a 50 milioni di euro o bilancio superiore a 25 milioni di euro. [9] Secondo snodo è il canale volontario. Per le imprese fuori obbligo, la Commissione propone un principio proporzionato basato sul VSME elaborato dall’EFRAG, da adottare con atto delegato, e preannuncia nel frattempo una raccomandazione sulla rendicontazione volontaria per rispondere alla domanda del mercato. [9] Terzo snodo è l’architettura degli standard. La proposta indica l’assenza di standard settoriali, evitando un aumento del numero di elementi informativi. [9] Quarto snodo è l’assurance. La proposta afferma l’eliminazione della possibilità di passare da un obbligo di attestazione della conformità con livello di sicurezza limitato a un obbligo finalizzato all’acquisizione di un livello di ragionevole sicurezza, al fine di chiarire che non ci saranno futuri aumenti dei costi di attestazione, sostituendo inoltre l’adozione di standard di assurance entro il 2026 con la pubblicazione di orientamenti mirati nello stesso anno. [9]

La dimensione istituzionale e procedurale di questa ricalibrazione è documentata dalla nota del Consiglio del 13 ottobre 2025, che ricostruisce l’istituzione del sottogruppo Antici dedicato alla semplificazione, l’adozione accelerata delle misure “stop-the-clock” su CSRD e CS3D e il raggiungimento di un mandato negoziale sul fascicolo “contenutistico”. [10] La stessa nota rende più preciso il profilo delle soglie e degli alleggerimenti. In materia CSRD, ricorda la proposta della Commissione di innalzare la soglia a 1.000 dipendenti ed escludere le PMI quotate, e aggiunge che il mandato del Consiglio ha introdotto una soglia aggiuntiva di ricavi netti delle vendite e delle prestazioni superiore a 450 milioni di euro, oltre a semplificazioni sulle disposizioni di attestazione della conformità. [10] Per la CSDDD, pur non essendo oggetto originario della proposta quanto all’ambito, la nota segnala che il Consiglio ha aumentato le soglie a 5.000 dipendenti e a 1,5 miliardi di euro di fatturato netto, e ha rinviato di due anni l’obbligo di adottare piani di transizione per la mitigazione dei cambiamenti climatici, mantenendo meccanismi di estensione degli obblighi di individuazione e valutazione in presenza di informazioni oggettive e verificabili oltre i partner commerciali diretti. [10]

In parallelo, la “Platform on Sustainable Finance” nel report di febbraio 2025 collega in modo molto operativo disponibilità dei dati, coerenza dell’assurance e maturità dei controlli interni, insistendo sulla necessità che le imprese applichino alla disclosure di sostenibilità controlli interni analoghi a quelli dell’informativa finanziaria e richiamando la necessità di guidance tempestiva sull’assurance del reporting tassonomico e su soglie e principi di materialità, in un percorso che punta alla ragionevole assurance nel tempo. [4]

Questo quadro spiega perché la normazione ISO abbia oggi un ruolo abilitante. In un ambiente in cui la regolazione evolve e tende a semplificare, gli standard internazionali possono offrire una piattaforma metodologica che stabilizza processi e responsabilità interne e consente di produrre informazioni coerenti senza moltiplicare i costi di compliance.

ISO/TC 322 e la costruzione di una serie coerente per la finanza sostenibile

La serie ISO/TC 322 può essere letta come una filiera logica che parte dai concetti, passa ai principi e alle modalità di implementazione organizzativa e arriva ai requisiti su prodotti, transizione e dati. “ISO/TR 32220:2021” svolge la funzione di base concettuale e lessico condiviso, organizzando i termini in aree che includono concetti di base, principi e regolazione, prodotti e servizi, verifica e disclosure, iniziative e organizzazioni internazionali, e chiarendo che la selezione privilegia fonti sovranazionali o autorità nazionali e termini di interesse internazionale. [2] “ISO 32210:2022” costruisce l’architettura organizzativa, traducendo la sostenibilità in un framework di principi e guida all’implementazione che si estende dalla governance alla misurazione e al reporting. [1] Su questa base si collocano i documenti applicativi, tra cui “ISO/TS 32211” sui prodotti e servizi e, soprattutto, “ISO/FDIS 32212” [12] sulla pianificazione della transizione net zero, che porta la finanza sostenibile dentro un dispositivo di strategic transition planning con requisiti e raccomandazioni destinati alle istituzioni finanziarie.

ISO 32210 come architettura organizzativa

Il punto di partenza che rende operativa la sostenibilità

ISO 32210:2022 rende esplicito che la sostenibilità, nel settore finanziario, deve essere governata come un sistema e non come un insieme di iniziative isolate. Il documento struttura i principi lungo una catena logica che include governance e cultura, allineamento strategico e obiettivi, gestione di rischi e opportunità e valutazione degli impatti, coinvolgimento degli stakeholder, monitoraggio e misurazione, reporting e trasparenza con assurance, fino al miglioramento continuo e all’incremento dell’ambizione. [1] Sul piano applicativo, il valore aggiunto dello standard è la capacità di ancorare la sostenibilità a output organizzativi verificabili, tra cui una sustainability statement o policy, obiettivi strategici su temi materiali, metriche e KPI, responsabilità di vertice, stakeholder engagement, registri di impatti materiali, benchmarking e gap analysis, transition plan, strategic implementation plan, scenario analysis e piani di mitigazione, reporting pubblico e, ove applicabile, assurance esterna. [1]

La connessione con l’Europa 2025 è diretta. La proposta COM(2025) 80 final insiste sul contenimento degli effetti a cascata lungo la catena del valore e sul rafforzamento di limiti e proporzionalità, elementi che richiedono alle istituzioni finanziarie un presidio più maturo delle proprie richieste informative verso clienti e controparti e una maggiore disciplina nella definizione di ciò che è realmente necessario, quindi materialmente rilevante. [9] ISO 32210 offre una base metodologica per tale disciplina, perché collega materialità, governance, coinvolgimento degli stakeholder e sistemi di misurazione e reporting a un ciclo di miglioramento continuo, rendendo più naturale l’allineamento tra richieste informative esterne e capacità interne di produzione del dato. [1] Laddove l’architettura europea ricalibri soglie e obblighi e riduca l’ampiezza del perimetro vincolante, la stabilità del sistema di gestione interno diventa un fattore di continuità e di qualità dell’informazione, utile anche per preservare comparabilità e credibilità complessiva del framework. [9] [10]

ISO/TR 32220 come infrastruttura semantica e mappa delle iniziative

“ISO/TR 32220:2021” è cruciale perché la finanza sostenibile è un dominio in cui lessico e categorie determinano la sostanza delle decisioni. Il report chiarisce che, data la rapida evoluzione della pratica e la presenza di approcci regionali e nazionali differenti, è necessario disporre di concetti e termini di uso comune per facilitare comprensione e comunicazione tra regolatori, banche, asset manager, investitori, iniziative internazionali e ricercatori, selezionandoli in base alla loro diffusione e alle fonti di riferimento. [2] Questa funzione diventa ancora più importante quando, come mostrano COM(2025) 80 final e lo stato di avanzamento dei lavori in Consiglio, il sistema normativo viene ricalibrato per semplificare, modificare soglie e ridefinire modalità di assurance, senza perdere coerenza e credibilità. [9] [10] La stabilità semantica consente, in pratica, di mantenere comparabilità anche mentre cambiano perimetri, tempi e strumenti di rendicontazione.

ISO/FDIS 32212 e la disciplina della transizione net zero

Dalla dichiarazione di intenti alla pianificazione strategica integrata

“ISO/FDIS 32212 Sustainable finance — Net zero transition planning for financial institutions” porta la serie ISO/TC 322 nel punto in cui oggi si concentra l’attenzione del mercato, la qualità dei piani di transizione. Il documento, in fase di approvazione, specifica requisiti e raccomandazioni e guidance correlata per la pianificazione strategica della transizione delle istituzioni finanziarie, con l’obiettivo di proteggere e accrescere valore sostenendo la risposta e il contributo a un’economia globale net zero e climaticamente resiliente, e con un esplicito allineamento alle finalità di temperatura e resilienza dell’Accordo di Parigi. La rilevanza è duplice. Da un lato, la norma rende la transizione un oggetto governabile tramite policy e processi robusti integrati nelle attività finanziarie, includendo lending, assicurazione, investimenti come asset owner e asset manager e attività di mercato dei capitali, limitatamente a ciò che l’istituzione può controllare o influenzare. Dall’altro, limita l’uso opportunistico dello standard affermando che non sono accettabili dichiarazioni di conformità se non quando tutti i requisiti sono incorporati nei processi e soddisfatti senza esclusioni.

In un contesto europeo che discute rinvii, soglie e semplificazioni, questo punto assume un significato specifico. Se una parte del perimetro rendicontativo viene rinviata o resa meno estesa, la domanda di credibilità si sposta ancora di più sulla qualità dei piani di transizione e sulla capacità di dimostrare coerenza tra obiettivi, target e scelte operative. [9] [10] ISO/FDIS 32212 offre quindi una piattaforma tecnica che rafforza la “disciplina interna” della transizione [12], rendendo meno dipendente la credibilità dal solo impianto di reporting e più dipendente dalla robustezza dei processi e dall’integrazione nelle attività core, in piena coerenza con la logica di ISO 32210. [1]

Le norme in lavorazione come completamento del quadro

Prodotti, dati, tecnologia e mercati dei carbon credit

La robustezza dell’impianto ISO/TC 322 aumenta se si osserva che, oltre alla pianificazione della transizione, la serie presidia i due fattori che più influenzano credibilità e comparabilità, cioè prodotti e dati. “ISO/TS 32211” affronta requisiti e guida per prodotti e servizi di finanza sostenibile, agendo sul rischio di ambiguità commerciale e greenwashing lato offerta. “ISO/AWI TS 32214” interviene sul tema dell’interoperabilità informativa nei mercati dei crediti di carbonio, fissando un data model di riferimento e una tassonomia comune per descrivere progetti e unità, escludendo la valutazione della qualità dei crediti e la standardizzazione dei processi di creazione e verifica [13]. “ISO/WD TS 32219” lavora sul linguaggio e sui casi d’uso ICT relativi a impatti e rischi, includendo tecnologie in uso e un set minimo di indicatori, coerentemente con la centralità che i documenti UE 2025 attribuiscono a qualità e disponibilità dei dati e a un percorso di assurance capace di ridurre interpretazioni soggettive. [4] [5] [13]

Regolazione che si ricalibra e standard che stabilizzano l’operatività

Il 2025 europeo mostra una traiettoria chiara. La finanza sostenibile resta un pilastro della transizione, ma la sua architettura normativa viene ricalibrata per essere più praticabile e competitiva, attraverso proposte legislative, procedure accelerate, mandati negoziali e misure di semplificazione, con un’attenzione esplicita a soglie, catena del valore e assurance. [9] [10] In questo contesto, la serie ISO/TC 322 costituisce un’infrastruttura tecnica che consente alle istituzioni finanziarie di tenere insieme tre esigenze. Allineamento strategico e accountability interna. Coerenza e comparabilità dei dati. Credibilità della transizione, in particolare attraverso dispositivi di pianificazione net zero strutturati e non selettivi. [1] [2] La finanza sostenibile, così intesa, non è più soltanto un tema di compliance. È una capacità organizzativa che deve essere governata, misurata e resa auditabile, proprio mentre la regolazione tenta di ridurre il rumore e preservare il segnale.

Finanza sostenibile e sostenibilità integrale. Il richiamo di Papa Francesco

Parlando di finanza sostenibile, assume rilievo l’intervento che Papa Francesco ha rivolto ai partecipanti ai “Dialoghi per una finanza integralmente sostenibile” il 3 giugno 2024. Il Santo Padre richiama la responsabilità di “congiungere l’efficacia e l’efficienza con la sostenibilità integrale, l’inclusione e l’etica”, invitando a non fermarsi al livello esortativo ma a “guardare al funzionamento della finanza” per individuare punti deboli e immaginare correttivi concreti, perché in gioco vi è la dignità delle persone più fragili e la giustizia sociale. In questo orizzonte, la frase più netta resta quella che va assunta come criterio di discernimento permanente. “Il denaro deve servire e non governare”. È un richiamo che, letto insieme alla critica del “paradigma tecnocratico” e alla richiesta di una nuova cultura capace di dare spazio a un’etica solida e a una responsabilità verso la casa comune, suggerisce che la finanza sostenibile non può ridursi a un adempimento, ma deve rimanere una scelta di indirizzo che orienta metodi, standard e decisioni al bene reale delle comunità.


Autori

* Oliviero Casale è General Manager di UniProfessioni e Innovation Manager certificato; componente del CtS di Net EU Association; consigliere della Fondazione Communia; coordinatore del World Industry 5.0 Forum by Confassociazioni; segretraio di AICQ Emilia Romagna e Marche; componente di ISO TC/279 (Innovation management); Cultore della Materia in “Affidabilità Controllo Qualità e Certificazione di Processo e di Prodotto” presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Bologna.

Email: oliviero.casale@uniprofessioni.it

Linkedin: https://linkedin.com/in/olivierocasale/

** Paola Rinaldi è laureata in Fisica e PhD in Ingegneria elettrotecnica; titolare del corso di “Affidabilità, Controllo Qualità e Certificazione di Processo e di Prodotto” nel C.d.L. in Ingegneria Gestionale nell’Università di Bologna; Vicepresidente di Aicq Emilia-Romagna e certificata come Circular Economy Advisor.

Email: paola.rinaldi@unibo.it

Linkedin: https://linkedin.com/in/paola-rinaldi-phd-748b22a0


Bibliografia

[1] ISO 32210:2022 Sustainable finance — Principles and guidance. ISO, 2022.

[2] ISO/TR 32220:2021 Sustainable finance — Basic concepts and key initiatives.

[3] European Commission. “Communication and press material on the Omnibus package for sustainability reporting and due diligence.” European Commission, 26 Feb. 2025. Press material.

[4] Platform on Sustainable Finance. “Simplifying the EU Taxonomy to Foster Sustainable Finance. Report on Usability and Data.” European Commission, Feb. 2025. Report.

[5] European Commission. “Illustrative examples and templates. Delegated Act amending the Taxonomy Disclosures, Climate and Environmental Delegated Acts.” European Commission, 4 Jul. 2025. Technical annex and templates.

[6] European Parliament and Council of the European Union. “Regulation (EU) 2020/852 on the establishment of a framework to facilitate sustainable investment.” Official Journal of the European Union, 2020. Regulation text.

[7] European Parliament and Council of the European Union. “Regulation (EU) 2019/2088 on sustainability-related disclosures in the financial services sector.” Official Journal of the European Union, 2019. Regulation text.

[8] Internal synthesis note. “Taxonomy_Note.” n.p., n.d. Working note on EU Taxonomy delegated acts and disclosure templates.

[9] Commissione europea. “Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica le direttive (UE) 2022/2464 e (UE) 2024/1760 per quanto riguarda le date a decorrere dalle quali gli Stati membri devono applicare taluni obblighi relativi alla rendicontazione societaria di sostenibilità e al dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità.” COM(2025) 80 final, 26 Feb. 2025. Proposta legislativa.

[10] Consiglio dell’Unione europea. “Pacchetti legislativi omnibus riguardanti la semplificazione – Relazione sullo stato di avanzamento dei lavori.” Doc. 13787/25, 13 Oct. 2025. Nota del Segretariato generale del Consiglio.

[11] ISO/TS 32211 [Under development] Sustainable finance — Products and services — Requirements and guidance.

[12] ISO/FDIS 32212 [Under development] Sustainable finance — Net zero transition planning for financial institutions.

[13] ISO/AWI TS 32214 [Under development] Data Model for Carbon Credit Markets.

[14] ISO/WD TS 32219 [Under development] Sustainable Finance — Guidance on impacts, risks and information technology terms, concepts and use cases.

Dai beni comuni ai planetary commons: quando la questione non è più la distribuzione, ma la possibilità stessa dei beni

di Oliviero Casate, Segretario di AICQ Emilia Romagna e Marche

La riflessione sui beni comuni nasce e si sviluppa in un mondo nel quale le condizioni di fondo della vita sociale, economica e istituzionale sono assunte come relativamente stabili. In questo contesto, il problema centrale è la distribuzione e la governance dei beni. Chi può accedere, a quali condizioni, con quali diritti e attraverso quali regole collettive. La distinzione tra beni pubblici, beni comuni e beni comuni globali consente di articolare risposte diverse a seconda della scala, degli attori coinvolti e delle modalità di tutela.

Questa impostazione, ben rappresentata dalla tassonomia UNESCO, è corretta, utile e necessaria. Essa fotografa un mondo nel quale il nodo fondamentale è organizzare l’uso e la protezione dei beni, evitando esclusioni indebite, appropriazioni private o fallimenti della governance. Anche quando l’orizzonte si amplia fino ai beni comuni globali, il problema resta quello di costruire regimi di cooperazione efficaci in assenza di un’autorità sovrana globale. Il lessico rimane quello dei beni, dei diritti, delle istituzioni e delle regole.

Tuttavia, questo impianto presuppone implicitamente che il mondo entro cui tali beni esistono continui a funzionare. Presuppone che le condizioni materiali, ecologiche e sistemiche che rendono possibile parlare di beni restino sullo sfondo come dato stabile. È precisamente questo presupposto che oggi viene meno.

Il rapporto “Global Catastrophic Risks 2026” mostra che il problema preliminare non è più soltanto come distribuire e governare i beni, ma la perdita progressiva delle condizioni sistemiche che rendono possibile qualsiasi bene, pubblico, comune o globale. Quando tali condizioni si deteriorano, la questione dei beni non scompare, ma diventa secondaria rispetto a una domanda più radicale. Non chi ha accesso a cosa, ma se esiste ancora il contesto che rende sensato parlare di accesso, uso e governance.

È in questo passaggio che la riflessione sui beni comuni incontra il proprio limite concettuale. I beni comuni, per definizione, sono oggetti di uso, cura e gestione collettiva. Anche nella loro dimensione globale, essi restano beni, cioè entità rispetto alle quali ha senso discutere di distribuzione, tutela e responsabilità. Ma quando ciò che è in gioco sono le condizioni sistemiche del pianeta, non ci troviamo più di fronte a beni in senso proprio.

Da qui la necessità di spostare lo sguardo dai beni comuni ai planetary commons. Non come categoria aggiuntiva, né come semplice estensione dei beni comuni globali, ma come livello concettuale distinto. I planetary commons non sono beni da distribuire o risorse da gestire, ma sistemi regolativi che rendono possibile l’esistenza stessa di beni, istituzioni e diritti. Essi non sono oggetto di uso, ma condizioni di possibilità dell’uso. Non sono governabili come beni, perché pongono vincoli che precedono la decisione politica.

Il passaggio dai beni comuni ai planetary commons segna quindi uno slittamento profondo. Si passa da una logica centrata sulla giustizia distributiva a una logica centrata sulla stabilità sistemica. Si passa da problemi di governance a problemi di custodia. Si passa da un mondo in cui il conflitto riguarda l’allocazione dei beni a un mondo in cui è in gioco la continuità del contesto che rende i beni pensabili.

Questo non rende obsolete le categorie dei beni comuni, pubblici o globali. Al contrario, ne rivela la dipendenza da un livello più profondo. Senza planetary commons funzionali, non esistono beni da distribuire, né diritti da garantire, né governance da esercitare. La politica dei beni presuppone un mondo abitabile. Quando tale abitabilità diventa incerta, la questione primaria non è più come governare i beni, ma come preservare le condizioni che rendono possibile qualsiasi forma di bene.

Il passaggio dai beni comuni ai planetary commons non è un raffinamento teorico, ma una necessità storica. È il riconoscimento che la riflessione sulla giustizia, sulla governance e sui diritti deve oggi poggiare su una base più radicale. Prima dei beni, viene il mondo che li rende possibili.

In questo orizzonte si colloca anche la sollecitazione costante che Papa Francesco ha rivolto, lungo tutto il suo magistero, alla cura della Terra come dimensione inseparabile del bene comune. Non si tratta di un richiamo accessorio o tematico, ma di un vero spostamento di prospettiva. Quando Francesco parla di casa comune, quando intreccia ambiente, giustizia sociale, destino degli ultimi e responsabilità intergenerazionale, egli mette implicitamente in discussione l’idea che il problema centrale sia soltanto la distribuzione dei beni o la loro corretta governance. Il suo sguardo anticipa una soglia più profonda, nella quale ciò che è in gioco non è più soltanto chi accede a cosa e a quali condizioni, ma la tenuta stessa delle condizioni che rendono possibile parlare di beni, diritti e istituzioni. In questo senso, la sua insistenza sul legame tra degrado ambientale e degrado umano apre naturalmente alla necessità di ripensare il lessico dei beni comuni, spingendo la riflessione oltre la logica distributiva e verso una responsabilità di custodia dei sistemi che regolano la vita del pianeta. È qui che il richiamo al bene comune, così centrale nel suo vocabolario, smette di essere una categoria etico-sociale tradizionale e diventa una domanda radicale sulla possibilità stessa di un mondo abitabile, anticipando, di fatto, il passaggio concettuale dai beni comuni ai planetary commons.

Fonte: Global Catastrophic Risks 2026 https://globalchallenges.org/gcr-2026/

Autore

Oliviero Casale è General Manager di UniProfessioni e Innovation Manager certificato; consigliere della Fondazione Communia; coordinatore del World Industry 5.0 Forum by Confassociazioni; componente di ISO TC/279 (Innovation management); Cultore della Materia presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Bologna e Segretario di AICQ Emilia-Romagna e Marche.

Convegno Regionale Rete A.Mi.Co. Data: 26 novembre 2025

Discorso del Presidente di AICQ Emilia-Romagna Marco Antonio Imbesi

Qualità, Rete, Futuro: La Visione Condivisa di AICQ e A.Mi.Co.

Audio originale dell’intervento

Buongiorno a tutti.

Pregiatissimi Dirigenti Scolastici, docenti, gentili ospiti, e un saluto particolare al rappresentante dell’Ufficio Scolastico Regionale Benvenuti, sia a voi qui in presenza al Liceo Sabin , sia a tutti coloro che ci seguono da remoto.

Vorrei iniziare con un ringraziamento sentito alla Dottoressa Rossella Fabbri e a tutto il Liceo Sabin di Bologna, non solo per l’ospitalità di oggi, ma per l’impegno fondamentale che svolgono come scuola capofila della Rete A.Mi.Co.

Sono qui oggi nel mio ruolo di Presidente dell’AICQ Emilia-Romagna, l’Associazione Italiana Cultura Qualità. La nostra missione, da sempre, è promuovere i principi e gli strumenti della “qualità totale” in tutti i settori della società. E non c’è settore più strategico della scuola.

Per questo è nato il nostro settore AICQ Education: perché crediamo che investire sulla qualità nella scuola significhi investire sulla qualità della società futura.

Ma AICQ non lavora da sola. Il successo della nostra azione in ambito scolastico è indissolubilmente legato alla Rete A.Mi.Co. Questo convegno è la celebrazione di una partnership che non nasce oggi.

Il progetto A.Mi.Co. – acronimo di Autovalutazione Miglioramento Continuo – è nato nel 2009 e si è strutturato come accordo formale di rete nel 2012. Sono sedici anni che, insieme, promuoviamo la “qualità” del servizio formativo nella nostra regione.

In questo decennio, AICQ Education è stata orgogliosa di essere il partner privilegiato e l’ente scientifico di riferimento per la formazione della rete.

Cosa abbiamo fatto in questi anni? Abbiamo affiancato le scuole nell’applicazione delle normative ministeriali, come il Regolamento SNV; abbiamo sostenuto i dirigenti e i docenti nella costruzione dei percorsi di autovalutazione e dei piani di miglioramento. Abbiamo diffuso la cultura della valutazione non come giudizio, ma come “conoscenza, valorizzazione, miglioramento”, utilizzando strumenti concreti della Qualità come l’analisi di processo e il ciclo PDCA.

Oggi, però, non siamo qui solo per guardare al passato. Siamo qui per lanciare il futuro.

Il titolo di questo convegno, “Il futuro è già qui“, è la perfetta sintesi del nostro nuovo Progetto Triennale 2025-2028. Un progetto che abbiamo intitolato “La ‘Qualità totale’ nella scuola-comunità”.

Questo futuro poggia su tre pilastri tematici che oggi sono ineludibili:

  1. Intelligenza Artificiale: Una rivoluzione che non possiamo subire passivamente, ma che dobbiamo governare con competenza.
  2. Processi organizzativi e didattici: Per continuare a innovare e migliorare l’efficacia del nostro agire quotidiano.
  3. Relazioni e Mindfulness: Perché la scuola è, prima di tutto, una comunità di persone. Il benessere, la gestione dello stress e la “gioia di apprendere” sono il fondamento di ogni apprendimento.

E siamo particolarmente fieri di una novità di questo triennio: l’estensione delle nostre azioni formative non solo ai docenti, ma anche ai genitori, per costruire una “scuola-comunità” che sia davvero coesa.

Le relatrici e i relatori che seguiranno approfondiranno proprio queste tematiche, mostrandoci la sinergia tra associazionismo, IA, processi e mindfulness .

Questo convegno non è solo un momento formativo; è un invito. È l’invito che AICQ e Rete A.Mi.Co. rivolgono a tutte le scuole dell’Emilia-Romagna: aderite al nostro accordo triennale, entrate a far parte di una rete che da anni dimostra di saper supportare concretamente le scuole nel loro percorso verso la qualità.

Grazie per la vostra presenza, e buon lavoro a tutti noi.

Cop30, il clima come bene comune

Nel solco di Papa Francesco

di Oliviero Casale e Gerardo Solimine

Tra il 10 e il 21 novembre 2025 i rappresentanti di quasi tutti i Paesi del mondo si riuniscono a Belém, in Brasile, per la Cop30, la trentesima conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Prima ancora delle sessioni ufficiali, tra il 3 e il 9 novembre, si svolgono gli incontri preparatori in cui i delegati affinano le posizioni dei diversi gruppi negoziali: grandi economie industrializzate, Paesi meno sviluppati, piccole isole minacciate dall’innalzamento del mare, Stati africani, Paesi emergenti. Nel linguaggio dei documenti si parla di “Parti della Convenzione”, di “organi sussidiari”, di “sessioni congiunte”, ma al cuore del processo resta una domanda semplice: che cosa vogliamo fare, insieme, di questo pianeta che condividiamo?

Belém non è un luogo qualsiasi. È una porta sull’Amazzonia, uno dei cuori verdi della Terra, dove la crisi climatica e la questione del bene comune diventano immediatamente visibili: deforestazione, incendi, conflitti per la terra; ma anche resistenza di comunità indigene, progetti di conservazione, scelte politiche che possono cambiare la traiettoria di interi ecosistemi. Difendere quella foresta non è un gesto estetico o sentimentale: significa difendere un pezzo essenziale dell’equilibrio climatico globale, qualcosa che appartiene a tutti, anche a chi non metterà mai piede in Amazzonia.

Papa Francesco, all’inizio dell’enciclica Laudato si’, ricorda che la Terra è “casa comune” e insieme “sorella” e “madre”: ci sostiene, ci governa, ci nutre, ma “protesta per il male che le provochiamo” quando la trattiamo come oggetto da saccheggiare e non come dono da custodire.

È un modo profondamente concreto di dire che il clima, l’aria, l’acqua, il suolo non sono proprietà di qualcuno, ma beni comuni affidati alla responsabilità di tutti.

Cop30 arriva precisamente a questo incrocio: tra una crisi ormai evidente e la possibilità di riconoscere – o tradire – il carattere comune del bene climatico.


Dopo il Global Stocktake: la verità dei dati e la responsabilità condivisa

Cop30 si colloca cronologicamente dopo il primo Global Stocktake, la grande “radiografia” collettiva dello stato dell’azione climatica globale prevista dall’Accordo di Parigi. Il bilancio, adottato nel 2023, è stato chiaro: con gli impegni attuali il mondo non è in traiettoria per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C. Lo confermano anche i dati raccolti dall’OCSE nel Climate Action Monitor 2025, che parla di emissioni globali ancora in crescita fino al 2023 e di politiche insufficienti a colmare i gap di mitigazione.

Non si tratta solo di una curva che sale su un grafico: dietro quei numeri ci sono ondate di calore, incendi, siccità, alluvioni, perdita di raccolti, migrazioni forzate. È ciò che Laudato si’ chiama “una sola e complessa crisi socio-ambientale”: la degradazione dell’ambiente naturale e quella dell’ambiente umano procedono insieme, e “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale”.

È qui che l’idea di bene comune diventa decisiva. Se il clima è una condizione di base per la vita dignitosa di miliardi di persone, proteggerlo o distruggerlo non è mai un fatto solo tecnico: è una scelta morale e politica che riguarda il modo in cui concepiamo la giustizia, la solidarietà, la fraternità.

Cop30 è l’anno in cui i Paesi devono presentare una nuova generazione di piani climatici nazionali, i cosiddetti NDC (Nationally Determined Contributions), con un orizzonte al 2035 e un livello di ambizione superiore ai precedenti.

In teoria questi piani dovevano essere comunicati entro l’inizio del 2025; in pratica, a pochi mesi dall’apertura della conferenza molti governi erano ancora in ritardo, come rileva anche lo studio del Parlamento europeo dedicato a Cop30.

Per questo, a Belém non si discute solo di nuove promesse: si misura il divario tra impegni annunciati e azioni reali. È una sorta di esame di coscienza collettivo, in cui ogni Stato deve rispondere – almeno politicamente – a una domanda precisa: quanto siamo disposti a cambiare, davvero, per difendere un bene che non appartiene solo a noi?


Finanza climatica: numeri, giustizia e destino condiviso

Uno dei punti più sensibili dei negoziati riguarda la finanza climatica. Per anni il dibattito si è concentrato sull’obiettivo, mai pienamente raggiunto, dei 100 miliardi di dollari l’anno da mobilitare a favore dei Paesi in via di sviluppo. Oggi è evidente che quella cifra è largamente insufficiente: i bisogni per adattamento, mitigazione, perdite e danni si misurano in migliaia di miliardi.

A partire da COP28 e COP29, il processo negoziale ha portato all’adozione di un nuovo obiettivo collettivo di finanza climatica, con l’idea di arrivare progressivamente a mobilitare fino a 1,3 trilioni di dollari l’anno entro il 2035, con almeno 300 miliardi di fondi pubblici a favore dei Paesi più vulnerabili. Cop30 è il momento in cui questo percorso – la cosiddetta “Baku to Belém Roadmap” – deve cominciare a tradursi in meccanismi concreti, strumenti operativi, criteri di trasparenza.

Qui il linguaggio della finanza incontra quello della dottrina sociale della Chiesa. Laudato si’ ricorda che la politica non deve sottomettersi all’economia, e l’economia non deve sottomettersi alla tecnocrazia, ma deve porsi “al servizio della vita, specialmente della vita umana”, pensando al bene comune e ai più deboli.

Se le risorse vengono mobilitate solo per difendere i patrimoni di pochi, lasciando esposti milioni di persone alla fame, alle alluvioni, alla perdita di territorio, la finanza climatica tradisce il suo scopo. Se invece viene orientata a rafforzare le capacità dei Paesi vulnerabili, a sostenere l’adattamento, a compensare perdite e danni subiti da comunità che hanno contribuito pochissimo alle emissioni storiche, allora diventa uno strumento concreto di giustizia e bene comune.


Mitigazione, adattamento, perdite e danni: tre facce della cura della casa comune

Nei testi negoziali si parla spesso di tre pilastri: mitigazione, adattamento, perdite e danni (Loss & Damage). Dietro queste parole tecniche si nasconde un modo di guardare alla Terra come casa comune.

  • Mitigazione: significa frenare il riscaldamento riducendo drasticamente le emissioni di gas serra e aumentando la capacità degli ecosistemi di assorbirli. È il capitolo che parla di transizione energetica, rinnovabili, efficienza, uscita graduale dai combustibili fossili. Senza mitigazione, la casa comune si scalda fino a diventare inabitabile per molti.
  • Adattamento: riconosce che il clima è già cambiato e continuerà a farlo, anche nello scenario migliore. Si tratta allora di rendere le comunità più resilienti: costruire città più ombreggiate e ventilate, rafforzare le difese costiere, adattare l’agricoltura, proteggere le risorse idriche, sviluppare sistemi sanitari capaci di reggere alle ondate di calore e alle nuove malattie. A Cop30 si lavora alla concretizzazione dell’Obiettivo Globale sull’Adattamento (Global Goal on Adaptation), con indicatori che permettano di capire se il mondo sta davvero proteggendo le popolazioni più esposte.
  • Perdite e danni: riguarda ciò che non si è riusciti – o voluti – evitare, pur sapendo. Case spazzate via da un ciclone, territori resi improduttivi dalla salinizzazione, isole minacciate dall’innalzamento del mare: qui la domanda è dura e diretta, chi paga quando il bene comune climatico è stato compromesso, provocando danni irreversibili a intere comunità?

La costituzione di un Fondo per perdite e danni è stata una delle decisioni più significative delle ultime COP; a Belém il tema torna con forza, perché non basta creare un fondo: bisogna finanziarlo adeguatamente, renderlo accessibile, definirne criteri di giustizia.

Laudato si’ invita a “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” e ricorda che le conseguenze più pesanti del degrado ambientale cadono sui più deboli. Il pilastro delle perdite e danni è, in fondo, il tentativo di dare una risposta – ancora insufficiente, ma necessaria – a quel grido.


Article 6 e mercati del carbonio: tra integrità e speculazione

Un altro cantiere aperto a Cop30 è quello dell’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi, che regola la cooperazione internazionale e i meccanismi di mercato per la riduzione delle emissioni. L’idea è che un Paese possa finanziare azioni di mitigazione in un altro Paese (ad esempio un progetto di riforestazione o di energia rinnovabile) e, in certi casi, conteggiare una parte di quei risultati nei propri obiettivi.

Sulla carta, questi strumenti potrebbero facilitare progetti utili al bene comune: protezione delle foreste, transizione energetica nei Paesi con meno risorse, innovazione tecnologica. Ma il rischio è alto:

  • doppio conteggio delle stesse riduzioni;
  • progetti che violano i diritti delle comunità locali;
  • crediti di scarsa qualità che offrono solo un’illusione di “compensazione”;
  • mercati opachi che trasformano il clima in un puro strumento di speculazione.

Per questo, molti attori della società civile chiedono regole severe: integrità ambientale, trasparenza, partecipazione delle comunità, rispetto dei diritti umani. Solo così i meccanismi dell’Articolo 6 possono contribuire alla tutela della casa comune invece di diventarne una nuova forma di sfruttamento.

La dottrina sociale della Chiesa ricorda che il mercato, da solo, non garantisce il bene comune e che “la politica non deve sottomettersi all’economia”. Applicato all’Articolo 6, questo significa che i mercati del carbonio hanno senso solo se incastonati dentro una cornice etica chiara, che riconosca il primato della dignità delle persone e della tutela degli ecosistemi sulle logiche di profitto di breve periodo.


“Casa comune” e “famiglia umana”: la visione di Laudato si’ e Fratelli tutti

Quello che in sede ONU viene chiamato “bene comune globale” trova una forte risonanza nel magistero recente della Chiesa.

Laudato si’ parla della Terra come “casa comune” e denuncia “l’uso irresponsabile e l’abuso dei beni che Dio ha posto in lei”, ricordando che “più di cinquant’anni fa” Paolo VI aveva già avvertito del rischio di una “catastrofe ecologica” provocata dallo sfruttamento sconsiderato della natura.

La crisi ecologica è letta come “grido della terra e grido dei poveri” e come frutto di un’idea distorta di dominio, che dimentica che l’essere umano è parte della natura e non suo padrone assoluto.

Le Schede di lettura della Laudato si’ sintetizzano così: “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”. Da qui l’idea di “ecologia integrale”: prendersi cura della natura significa anche combattere la povertà, restituire dignità agli esclusi, costruire relazioni sociali giuste.

La fraternità universale descritta da Papa Francesco in Fratelli tutti è il volto umano di questa visione ecologica: “Fratelli tutti, sorelle tutte” non è solo un saluto, ma l’annuncio che siamo “sulla stessa barca”, chiamati a costruire un mondo in cui il “si salvi chi può” non si trasformi nel “tutti contro tutti”.

Cardinale Zuppi, commentando l’enciclica, sottolinea che se non recuperiamo “la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni”, l’illusione di sicurezza crollerà e lascerà spazio alla polarizzazione e ai conflitti.

È un modo diverso di dire ciò che i negoziati sul clima mostrano ogni anno: o il bene comune lo costruiamo insieme, o non lo avremo affatto.


Europa, responsabilità e solidarietà: un laboratorio di bene comune

Nel discorso ai Capi di Stato e di governo dell’Unione Europea per il 60° dei Trattati di Roma, Papa Francesco ha ricordato che all’origine del progetto europeo non c’è solo il calcolo degli interessi economici, ma “una particolare concezione della vita a misura d’uomo, fraterna e giusta”.

Il cuore del progetto, diceva, è la persona, con la sua dignità trascendente, e il primo elemento della vitalità europea è la solidarietà, intesa come volontà di mettere l’unità e il bene comune al di sopra dei soli interessi nazionali. Quando questo spirito viene meno, riemergono muri, diffidenze, conflitti.

Applicato al tema del clima, questo messaggio è chiarissimo: l’Europa può essere laboratorio di bene comune climatico solo se tiene insieme sviluppo, giustizia sociale ed equilibrio ecologico, evitando di ridurre le politiche ambientali a oneri tecnici o a strumenti di competizione interna.

Laudato si’ invita a pensare la politica e l’economia “in dialogo, al servizio della vita” e non piegate a una logica di profitto che genera “precarietà e insicurezza” e alimenta la cultura dello scarto. Cop30, nel contesto globale, chiede all’Europa e agli altri attori storicamente più responsabili delle emissioni di assumere fino in fondo questo ruolo: non solo leader tecnologici, ma costruttori di giustizia climatica.


Educazione, partecipazione, cittadinanza ecologica

Le COP non sono fatte solo di capi di Stato. Intorno e dentro la Cop30 si muovono delegazioni di giovani, associazioni, comunità indigene, città, università, movimenti di base. Una parte di questo fermento è collegata a un pilastro poco conosciuto ma fondamentale: ACE – Action for Climate Empowerment.

ACE comprende educazione, formazione, accesso all’informazione, partecipazione pubblica, collaborazione internazionale. È l’idea che senza cittadini informati e coinvolti la migliore delle strategie climatiche resta lettera morta.

La guida dell’UNESCO “Let’s talk about COP30” traduce questo in percorsi per le scuole: invita studenti e studentesse a comprendere che cos’è una Conferenza delle Parti, a collegare le decisioni di Belém con le esperienze quotidiane, a immaginare messaggi da inviare ai negoziatori.

Anche Laudato si’ insiste sulla educazione alla “cittadinanza ecologica”, che non si limita a informare ma propone stili di vita nuovi, capaci di “esercitare una sana pressione” su chi detiene il potere politico ed economico. Si parla di piccoli gesti – ridurre sprechi, differenziare i rifiuti, usare meno plastica, risparmiare acqua, preferire il trasporto pubblico, piantare alberi – come parte di una conversione ecologica più profonda, personale e comunitaria.

La logica è la stessa che anima Cop30: tutto è collegato, e la casa comune si custodisce con decisioni globali e scelte quotidiane, con trattati internazionali e con abitudini di consumo, con politiche industriali e con relazioni di prossimità.


Giustizia intergenerazionale: il bene comune nel tempo

Quando parliamo di bene comune, spesso pensiamo a qualcosa che condividiamo nello spazio: un parco, una piazza, un fiume, l’aria di una città. Il clima ci costringe ad allargare lo sguardo: il bene comune climatico è anche quello che condividiamo nel tempo, con le generazioni che verranno.

Laudato si’ parla apertamente di “debito ecologico” lasciato ai bambini e ai giovani, e chiede: “Che tipo di mondo vogliamo lasciare a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?”.

È una domanda che Cop30 rende politicamente concreta: gli obiettivi al 2035 e al 2050 non sono numeri astratti, ma descrizioni implicite del mondo in cui vivranno i nostri figli e nipoti.

Nel suo magistero, Papa Francesco ha più volte insistito sul fatto che il clima – come la pace – è un terreno dove si misura la nostra fedeltà alla responsabilità verso le generazioni future: nessuno ha il diritto di ipotecare il futuro degli altri per preservare intatti i propri privilegi presenti.

Quando a Belém si discute se alzare o abbassare un obiettivo, se accelerare o rallentare l’uscita dai combustibili fossili, se finanziare o no gli adattamenti nei Paesi vulnerabili, è come se, invisibilmente, nella sala fossero presenti anche i bambini che oggi non votano, non negoziano, non siedono ai tavoli, ma che erediteranno le conseguenze di quelle decisioni.


Oltre il fatalismo e l’illusione: la via esigente del bene comune

Di fronte alla crisi climatica è facile rifugiarsi in due atteggiamenti opposti ma ugualmente paralizzanti:

  • il fatalismo (“è troppo tardi, non c’è più niente da fare”);
  • l’illusione tecnologica (“qualche soluzione miracolosa ci salverà all’ultimo minuto”).

Laudato si’ mette in guardia da entrambi: da una parte invita a riconoscere “la grandezza, l’urgenza e la bellezza della sfida” che ci sta davanti, dall’altra critica la “fiducia cieca nelle soluzioni tecniche” che sposta sempre più in là le decisioni difficili.

Il bene comune chiede una terza via, più esigente: prendere sul serio sia i limiti del pianeta sia le potenzialità della cooperazione umana, sapendo che ogni decimo di grado di riscaldamento evitato, ogni ecosistema protetto, ogni comunità resa più resiliente fanno una differenza concreta in termini di vite, lavoro, salute.

Cop30 non è il luogo dei miracoli, né l’ultima occasione in assoluto. Ma è uno di quei momenti in cui l’umanità può scegliere se rallentare la corsa verso scenari catastrofici o rimanere ferma a guardare. È uno specchio delle nostre priorità, delle nostre paure, ma anche delle nostre speranze.


Un invito a riconoscere e custodire il bene comune

Guardata con gli occhi del bene comune, Cop30 non è solo una conferenza di capi di Stato, ma un passaggio di responsabilità tra generazioni, tra popoli, tra credenti e non credenti.

La domanda che la attraversa – anche quando non viene esplicitata – è semplice e radicale: siamo disposti a trattare il clima, l’ambiente, la Terra come beni condivisi, da custodire con cura e giustizia, o continueremo a viverli come un magazzino da svuotare finché ce n’è?

Papa Francesco scrive che “la sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale”, e invita a una “nuova solidarietà universale”.

Cardinale Zuppi, rileggendo Fratelli tutti, parla di una “alleanza inclusiva” che sostituisca la logica delle contrapposizioni e dei muri con quella dei ponti e dell’incontro.

Cop30 è uno dei luoghi in cui questa alleanza può cominciare a prendere forma, pur tra limiti, fragilità, compromessi imperfetti. Ma perché questo avvenga non basta il lavoro dei tecnici e dei negoziatori: serve una coscienza diffusa del clima e dell’ambiente come bene comune.

Significa:

  • riconoscere che la casa comune è ferita, ma non irreparabilmente;
  • capire che la giustizia climatica è parte integrante della giustizia sociale;
  • sostenere politiche coraggiose, anche quando chiedono cambiamenti nei nostri stili di vita;
  • educare le nuove generazioni a sentirsi parte di una “famiglia universale”, in cui “tutto è collegato”.

In questo senso, nessuno può davvero girarsi dall’altra parte. Non possiamo controllare da soli l’esito di una conferenza mondiale, ma possiamo scegliere da che parte stare: dalla parte dell’indifferenza o da quella della cura; dalla parte dell’egoismo miope o da quella del bene comune; dalla parte di chi considera il clima un problema per esperti o da quella di chi lo riconosce come il respiro stesso della nostra vita condivisa.


Bibliografia essenziale

  • UNFCCC, COP 30 Overview Schedule 2025
  • European Parliament, The COP30 Climate Change Conference (ECTI_STU(2025)778579_EN)
  • OECD, The Climate Action Monitor 2025
  • UNESCO, Let’s talk about COP30 – Teacher’s Guide
  • Papa Francesco, Laudato si’ – Sulla cura della casa comune
  • Caritas/Migrantes, Schede per la lettura e la riflessione sulla Laudato si’
  • Card. Matteo Maria Zuppi, Discorso per l’inaugurazione del 462° Anno Accademico – “I pilastri per una convivenza pacifica alla luce di Fratelli tutti”
  • Card. Matteo Maria Zuppi, Introduzione al Consiglio Permanente della CEI (27 maggio 2025)
  • Papa Francesco, Discorso ai Capi di Stato e di governo dell’Unione Europea per il 60° dei Trattati di Roma (24 marzo 2017)

INVITO per mercoledì 26 novembre 2025

Spettabile Dirigente,

con la presente e-mail abbiamo il piacere di invitarLa a partecipare all’evento lancio del triennio “A.Mi.Co.”

L’incontro si terrà mercoledì 26 novembre, dalle ore 14:30 alle ore 17:00, presso l’Aula Magna del Liceo “A.B. Sabin” (scuola capofila).

All’evento interverranno:

  • Dott.ssa Rossella Fabbri (Dirigente Scolastica del Liceo “Sabin”);
  • Dott. Marco Antonio Imbesi (Presidente di AICQ Emilia-Romagna e dell’Assemblea Nazionale AICQ);
  • Un rappresentante dell’Ufficio Scolastico Regionale;
  • Il team di docenti dedicato al percorso sui processi organizzativi e didattici;
  • Dott. Nerino Arcangeli, che curerà la sezione sulle relazioni con un percorso triennale di Mindfulness.
  • Chairman
  • Dott.ssa Elena Marcato – Docente Scuola Secondaria di primo grado distaccata presso Facoltà di Scienze della Formazione Primaria – Università di Bologna

Per confermare la Sua partecipazione, La preghiamo di compilare il modulo di iscrizione disponibile al seguente link: https://forms.gle/DF4feNpvjkA7YnXE6

Cordiali saluti,

Analisi elementi del decreto-legge  116/2025

L’analisi del decreto-legge  116/2025 e delle sue implicazioni per la sostenibilità e i bilanci di sostenibilità, in italiano.

Di Giacomo Dalseno

Revisore legale 27/09/2025


25 settembre 2025

SENATO DELLA REPUBBLICA

D.L. 116/2025 – A.C. 2623 – PASSAGGIO PRIMA DELLA CAMERA – DA CONVERTIRE

Disposizioni urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti, per la bonifica dell’area denominata Terra dei fuochi, nonché in materia di assistenza alla popolazione

Questo decreto ha implicazioni significative per la sostenibilità e la reportistica aziendale, principalmente perché aumenta i rischi legali e finanziari associati a una cattiva gestione ambientale.

Rafforza il quadro normativo contro le attività illecite legate ai rifiuti, creando un potente incentivo per le aziende ad adottare pratiche di sostenibilità più solide e trasparenti.

Questa è una prima analisi, vedremo nuovamente le problematiche  in essere dopo la sua conversione

Implicazioni per la Sostenibilità Aziendale

Il decreto intensifica le conseguenze legali dei reati ambientali, spingendo le aziende verso modelli operativi più sostenibili. Gli impatti principali sono:

  • Maggiore Responsabilità Aziendale: La legge introduce nuovi reati ambientali e trasforma diverse contravvenzioni esistenti in delitti più gravi, come quelli relativi alla gestione non autorizzata di rifiuti e alla realizzazione di discariche abusive. Questa elevazione dei reati comporta sanzioni più severe e un maggiore controllo sulle operazioni aziendali.


  • Inasprimento delle Sanzioni: Le sanzioni per l’abbandono o la gestione illecita di rifiuti sono state notevolmente aumentate. Ad esempio, la sanzione pecuniaria per l’abbandono di rifiuti non pericolosi viene elevata a un importo compreso tra 1.500 e 18.000 euro, e i nuovi reati di abbandono di rifiuti pericolosi sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni.


  • Impatto Diretto sulle Operazioni Commerciali: Per i reati che coinvolgono veicoli, come l’abbandono di rifiuti tramite un mezzo a motore o il trasporto di rifiuti senza la documentazione adeguata, il decreto introduce o rafforza sanzioni accessorie come la sospensione della patente di guida e la confisca del mezzo. Ciò ha un impatto diretto sulle operazioni di logistica e trasporto.


  • Estensione della Responsabilità degli Enti (D.Lgs. 231/2001): L’articolo 6 amplia esplicitamente l’ambito di applicazione del Decreto Legislativo 231/2001, che regola la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche5. Il decreto aumenta le sanzioni pecuniarie per reati ambientali esistenti come l’inquinamento e il disastro ambientale 6e ne aggiunge di nuovi, come le attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti. Ciò significa che le aziende possono essere ritenute direttamente responsabili e pesantemente multate per reati ambientali commessi nel loro interesse o a loro vantaggio.


  • Sanzioni Interdittive: Il decreto rafforza l’applicazione di sanzioni che possono bloccare le attività commerciali. Queste includono la sospensione dall’Albo Nazionale Gestori Ambientali e, per i reati più gravi, l’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività. Inoltre,

    l’articolo 2-bis introduce una nuova misura critica: i soggetti condannati per gravi reati ambientali subiscono un’interdizione (da uno a cinque anni) dal ricevere licenze, contratti pubblici e finanziamenti governativi, il che impatta direttamente sulla capacità di un’azienda di operare e crescere.



Implicazioni per il Bilancio di Sostenibilità

Il decreto rende la conformità ambientale una componente ancora più critica della gestione del rischio aziendale, aspetto che deve essere riflesso nei bilanci di sostenibilità.

  • Maggiore Trasparenza sui Rischi: L’introduzione di nuovi reati e sanzioni più severe eleva la cattiva gestione ambientale da semplice questione di conformità a rischio strategico di primaria importanza. Le aziende, in particolare in settori come trasporti, logistica e manifatturiero, devono aggiornare le loro valutazioni dei rischi. I bilanci di sostenibilità dovranno comunicare in modo trasparente questi maggiori rischi legali e finanziari, comprese le potenziali multe significative e le interruzioni dell’attività.
  • Modelli di Governance e Conformità (Modello 231): Con l’estensione della responsabilità ai sensi del D.Lgs. 231/2001 per i reati ambientali, le aziende devono dimostrare di aver adottato e di implementare efficacemente modelli organizzativi (Modelli 231) per prevenire tali illeciti. Il bilancio di sostenibilità è la sede appropriata per descrivere le strutture di governance, i controlli interni, i programmi di formazione e le attività di audit messe in atto per mitigare il rischio di commettere questi reati.
  • Due Diligence sulla Catena di Fornitura: Le severe sanzioni per il trasporto e la gestione impropria dei rifiuti impongono alle aziende di intensificare la loro due diligence sui fornitori di servizi terzi (ad es. società di logistica e smaltimento). I report di sostenibilità dovrebbero delineare le politiche e le procedure per la selezione e il monitoraggio dei partner della catena di fornitura, al fine di garantire la loro conformità con le nuove e più stringenti normative ambientali.
  • Trasparenza sui Costi di Bonifica e Prevenzione: Il decreto rafforza gli obblighi di ripristino ambientale e bonifica a carico dei soggetti responsabili. Le aziende potrebbero dover accantonare fondi per potenziali interventi di bonifica. Inoltre, gli investimenti in tecnologie e processi per prevenire l’inquinamento e migliorare la gestione dei rifiuti diventano indicatori chiave di una strategia di sostenibilità proattiva, meritevoli di essere inclusi nel report.
  • Focus sulla “Terra dei Fuochi”: Sebbene l’articolo 9 si concentri sui finanziamenti pubblici per la bonifica della “Terra dei Fuochi” 10, conferisce al Commissario incaricato il potere di agire in rivalsa nei confronti dei soggetti responsabili per il recupero delle somme spese11. Le aziende che hanno operato in questa regione o che da essa si sono approvvigionate di materiali potrebbero affrontare un maggiore controllo e potenziali passività, un rischio contingente che dovrebbe essere trattato nella loro reportistica.

Modelli di Governance e Conformità (Modello 231) Approfondimento:


Le disposizioni relative all’estensione della responsabilità degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001 si trovano nell’

Articolo 6 del decreto, intitolato “Responsabilità amministrativa degli enti in caso di commissione di reati ambientali”.

Questo articolo modifica direttamente l’articolo 25-undecies del decreto legislativo n. 231 del 2001

, che è la norma di riferimento per i reati ambientali che fanno scattare la responsabilità amministrativa delle aziende.


Dettagli delle Modifiche dell’Articolo 6

L’articolo 6 interviene in diversi modi per rafforzare la responsabilità delle aziende e, di conseguenza, la necessità di adottare e aggiornare i Modelli 231:

  • Ampliamento del Catalogo dei Reati: Viene allargata la lista dei reati che, se commessi nell’interesse o a vantaggio dell’ente, comportano una sua responsabilità diretta. Tra i nuovi reati presupposto inseriti ci sono:
    • Abbandono di rifiuti non pericolosi in casi particolari (art. 255-bis del Testo Unico Ambientale – TUA).
    • Abbandono di rifiuti pericolosi (art. 255-ter TUA).
    • Combustione illecita di rifiuti (art. 256-bis TUA).
    • Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (art. 452-quaterdecies del codice penale).
  • Aumento delle Sanzioni Pecuniarie: Per molti reati ambientali già previsti, le sanzioni pecuniarie a carico dell’ente sono state aumentate. Ad esempio, sono state inasprite le pene per:
    • Inquinamento ambientale (art. 452-bis c.p.).
    • Disastro ambientale (art. 452-quater c.p.).
    • Attività di gestione di rifiuti non autorizzata (art. 256 TUA).
  • Estensione delle Sanzioni Interdittive: Viene ampliata l’applicazione delle sanzioni interdittive, che sono le più temute dalle aziende perché possono bloccarne l’attività. Ora si applicano anche per reati come:
    • Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività (art. 452-sexies c.p.).
    • Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (art. 452-quaterdecies c.p.).
    • Combustione illecita di rifiuti (art. 256-bis TUA).

In sintesi, è l’Articolo 6 il fulcro della riforma per quanto riguarda la responsabilità 231, rendendo indispensabile per le aziende rivedere i propri modelli di governance per prevenire la commissione di questi reati, ora sanzionati più pesantemente.

Implicazioni per il Modello 231 e TABELLE DIDATTICHE

  • Aggiornamento del catalogo reati → Inserimento dei nuovi reati ambientali.
  • Revisione delle aree a rischio → Mappatura aggiornata dei processi aziendali coinvolti.
  • Formazione interna → Sensibilizzazione su condotte illecite e responsabilità.
  • Controlli e protocolli → Rafforzamento delle misure preventive e dei flussi autorizzativi.

Sistema disciplinare → Adeguamento delle sanzioni interne in caso di violazioni

1. Rafforzamento della Responsabilità dell’Ente

Leva normativaEffettoImplicazioni operative
Ampliamento del catalogo dei reatiPiù reati presupposto ambientaliAggiornamento del risk assessment e delle aree sensibili
Aumento delle sanzioni pecuniarieMaggior impatto economicoRafforzamento dei controlli e delle procedure
Estensione delle sanzioni interdittiveRischio di blocco attivitàNecessità di misure preventive e formazione mirata


2. Nuovi Reati Presupposto Ambientali (da integrare nel Modello 231)

ReatoRiferimento normativoTipologia di rifiuto
Abbandono di rifiuti non pericolosiArt. 255-bis TUANon pericolosi, in casi particolari
Abbandono di rifiuti pericolosiArt. 255-ter TUAPericolosi
Combustione illecita di rifiutiArt. 256-bis TUAQualsiasi tipologia
Traffico illecito di rifiutiArt. 452-quaterdecies c.p.Organizzazione criminale

3. Reati Ambientali con Sanzioni Pecuniarie Inasprite

ReatoRiferimentoImpatto
Inquinamento ambientaleArt. 452-bis c.p.Danno diffuso all’ambiente
Disastro ambientaleArt. 452-quater c.p.Evento catastrofico
Gestione non autorizzata di rifiutiArt. 256 TUAAttività fuori dai limiti autorizzativi

4. Reati con Sanzioni Interdittive Estese

ReatoRiferimentoRischio per l’ente
Materiale radioattivoArt. 452-sexies c.p.Blocco attività, revoca autorizzazioni
Traffico illecito di rifiutiArt. 452-quaterdecies c.p.Interdizione da appalti pubblici
Combustione illecitaArt. 256-bis TUASospensione licenze

Ecco un glossario esplicativo modulare, pensato per facilitare la comprensione e l’aggiornamento dei Modelli 231 in base ai contenuti dell’Articolo 6 e ai riferimenti normativi citati nel documento:


Glossario Esplicativo – Articolo 6 e Responsabilità 231

Termine / NormaSpiegazioneImplicazioni per il Modello 231
Articolo 6 D.Lgs. 231/2001Disciplinare cardine che definisce le condizioni per l’esonero della responsabilità dell’ente, se ha adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo.Va aggiornato per includere nuovi reati e rafforzare i presidi di prevenzione.
Modello 231Sistema organizzativo interno che mira a prevenire la commissione di reati da parte di soggetti apicali o sottoposti.Deve essere dinamico, aggiornato e coerente con il rischio ambientale e normativo.
Reati Presupposto AmbientaliReati che, se commessi nell’interesse o vantaggio dell’ente, attivano la responsabilità amministrativa.Vanno integrati nel catalogo reati del Modello 231.
TUA (Testo Unico Ambientale)D.Lgs. 152/2006: raccoglie la normativa ambientale italiana. Gli articoli 255-bis, 255-ter, 256, 256-bis sono stati inseriti tra i reati presupposto.Serve mappatura dei processi aziendali che impattano sull’ambiente.
Codice Penale – Titolo VI-bisSezione dedicata ai delitti contro l’ambiente. Include reati come inquinamento ambientale (452-bis), disastro ambientale (452-quater), traffico illecito di rifiuti (452-quaterdecies).Richiede formazione specifica e protocolli di controllo.
Sanzioni PecuniarieAmmende economiche a carico dell’ente in caso di condanna. Sono state aumentate per diversi reati ambientali.Impatto diretto sul bilancio e sulla reputazione.
Sanzioni InterdittiveMisure che limitano o sospendono l’attività dell’ente (es. divieto di contrattare con la PA, sospensione licenze).Rischio elevato: necessità di presidi efficaci e verificabili.
Combustione illecita di rifiuti (Art. 256-bis TUA)Reato ambientale che punisce la distruzione non autorizzata di rifiuti, spesso legata a fenomeni criminali.Va previsto nel Modello 231 con protocolli di tracciabilità e controllo.
Traffico illecito di rifiuti (Art. 452-quaterdecies c.p.)Reato che coinvolge organizzazioni criminali nella gestione illegale dei rifiuti.Richiede analisi dei fornitori e dei flussi logistici.
Materiale ad alta radioattività (Art. 452-sexies c.p.)Reato che punisce il traffico e l’abbandono di sostanze radioattive.Rilevante per settori industriali specifici: serve presidio tecnico e normativo.

Regolamento CBAM – Adempimenti e scadenze per le imprese nel perseguimento degli obiettivi climatici UE – parte seconda

Di Ivana Brancaleone
Francesco C. Barbieri

Il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) è la nuova disciplina prevista dal Regolamento (UE) n. 2023/956 che definisce un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere per alcune tipologie di merci a maggior intensità di carbonio importate nell’Unione Europea da Paesi extra UE, prevedendo una nuova entrata fiscale e come misura per contrastare la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio. Il CBAM rappresenta un elemento essenziale del Green Deal europeo, in cui si colloca l’insieme di proposte “Fit for 55” (Pronti per il 55%) che mirano a ridurre, entro il 2030, le emissioni di gas a effetto serra (“GHG” Greenhouse gas) in atmosfera di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990 e di raggiungere la neutralità climatica della UE entro il 2050.

Regolamento CBAM – Adempimenti e scadenze per le imprese nel perseguimento degli obiettivi climatici UE – parte prima

di Ivana Brancaleone e
Francesco C. Barbieri

Il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) è la nuova disciplina prevista dal Regolamento (UE) n. 2023/956 che definisce un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere per alcune tipologie di merci a maggior intensità di carbonio importate nell’Unione Europea da Paesi extra UE, prevedendo una nuova entrata fiscale e come misura per contrastare la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio. Il CBAM rappresenta un elemento essenziale del Green Deal europeo, in cui si colloca l’insieme di proposte “Fit for 55” (Pronti per il 55%) che mirano a ridurre, entro il 2030, le emissioni di gas a effetto serra (“GHG” Greenhouse gas) in atmosfera di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990 e di raggiungere la neutralità climatica della UE entro il 2050.

Economia circolare e cambiamenti climatici: evoluzione normativa e strumenti volontari per le PMI – Di Ivana Brancaleone

Come le PMI (Piccole e Medie Imprese) possono anticipare gli obblighi cogenti ed avere un vantaggio competitivo, conoscendo e adottando gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e gli strumenti volontari disponibili per agevolare l’economia circolare ed attuare strategie di mitigazione o adattamento ai cambiamenti climatici.

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